Intervista al Vice Ministro dell’Economia e delle Finanze Paolo Cento

Dal quotidiano Cinque, 10 Febbraio 2007              English

Paolo Cento
Il vice Ministro dell’Economia e delle Finanze

Il vice Ministro Paolo Cento, ci ha annunciato nel corso del suo intervento l’approvazione in tempo reale del disegno di legge relativo ai pacs da parte del Consiglio dei Ministri.

Si è fatto portatore di un impegno del governo a portare avanti le riforme sugli ammortizzatori sociali e il processo di stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione nonostante –ha dichiarato- l’eredità lasciata dal precedente esecutivo. A questo punto abbiamo avuto modo di discutere con lui più dettagliatamente le problematiche relative al mercato del lavoro e del fisco.

Vice Ministro Cento, in quale modo Lei ritiene si possa compensare flessibilità del mercato del lavoro con il tema dei diritti?

Facendo innanzitutto ciò che è già presente in tutta Europa, ossia introducendo anche in Italia il diritto al reddito, quella forma di reddito sociale minimo che in Europa garantisce che la flessibilità non si trasformi in precarietà. Dobbiamo infatti metterci d’accordo: o si garantisce il lavoro a tempo indeterminato o si garantisce il reddito minimo quando una persona non lavora. Al momento siamo indietro su tutti e due i fronti.

Qual è la Sua opinione sulla legge Biagi? E’ negativa di per sé, viene applicata in maniera furbesca o può risultare un canale per alcune tipologie d’impiego se adoperata con il common sense inglese?

La legge Biagi usa impropriamente questo nome, perché la legge moltiplica i contratti di precarietà, ma non fa quello che lo stesso Biagi prevedeva, ossia garantire un reddito minimo di sussistenza quando perdi un lavoro in attesa di trovarne un altro. In questo contesto questa legge va cancellata perché vi è solo quella parte che destruttura le persone.

Ritiene che nel pubblico impiego vi sia stata una forma cronica di improduttività causata da un’eccessiva sicurezza del posto di lavoro?

Sicuramente la sicurezza del posto di lavoro, soprattutto negli anni ’70 e ’80, ha consentito a molti di sedersi un po’. Non dimentichiamo che negli ultimi venti anni il pubblico impiego è cambiato molto anche se gli stipendi sono rimasti bassi. Ci sono buone figure professionali ed ottimi sforzi che io stesso sto facendo al Ministero dell’Economia e delle Finanze con tanti dipendenti pubblici con i quali sto svolgendo ottimi lavori. Ritengo giusto che si chieda più produttività, ma allo stesso tempo bisogna smettere di considerare i dipendenti pubblici come dei fannulloni; se vi sono, quelli sono delle mele marce. Bisognerebbe invece alzare i loro stipendi, perché con 1200€ al mese non si può andare avanti con una famiglia.

Per ciò che riguarda i dirigenti pubblici, si può pensare di legare parte della loro elevata retribuzione in base alla produttività e quindi agli obiettivi raggiunti?

Per i dirigenti bisogna fare in modo che anche essi si assumano le loro responsabilità. Parliamo sempre dei dipendenti pubblici, ma mai dei dirigenti, che vanno responsabilizzati, ma soprattutto devono ricevere stipendi adeguati; non c’è dubbio che debbano anche loro rispondere dei risultati dell’ufficio.

Il che vuol dire decurtare i loro stipendi?

Credo che la decurtazione degli stipendi sia una materia complessa; sono convinto però che si debbano dare incentivi e disincentivi.

Riguardo la situazione finanziaria italiana, ritiene che vi sia una paura nelle maggioranze di governo che si alternano nel ridurre la spesa pubblica corrente per abbassare il deficit ed il debito pubblico in rapporto al PIL? Magari si preferisce optare per un aumento della pressione fiscale?

Io credo che bisogna ridurre la spesa pubblica laddove questa risulti inefficace, inefficiente e spreco. Bisogna sapere però che la spesa pubblica è fatta anche di uscite che servono a garantire diritti, come il sistema pensionistico, il sistema sanitario, il diritto alla casa. Abbiamo già ridotto la spesa pubblica in questi anni, non è un caso che siano aumentate le fasce di povertà; la spesa pubblica va riorganizzata; il problema è di utilizzare al meglio le risorse pubbliche, non di tagliarle.

Come si possono mettere le parti sociali in conflitto di interesse nella lotta all’evasione fiscale, se il cittadino non trova un reale guadagno nel richiedere la fattura?

Di questo aspetto se ne parla in Finanziaria; difatti sono previsti aumenti delle deduzioni delle fatture presentate. Si prende spesso come riferimento il modello statunitense, bisogna ricordare però che il modello fiscale basato sulla deduzione degli scontrini privilegia soprattutto coloro che spendono molto – quindi i ricchi- mentre non dà nessun vantaggio a chi spende poco perché ha redditi più bassi; lo ritengo per questo profondamente iniquo. La lotta all’evasione va attuata con strumenti molteplici, attraverso operazioni di controllo, ma soprattutto rafforzando l’idea di un patto di fiducia in cui il cittadino paga le tasse –possibilmente meno di quelle che oggi sono- ma sicuramente ha servizi adeguati ed efficienti.

Emiliano Savini


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