Il Premier inglese a Canberra ha annunciato la sua nuova sfida al terrorismo
Nel discorso tenuto da Blair al parlamento di Canberra, era chiaro che “Terrorismo” e “sicurezza” sarebbero stati i suoi temi principali.

Dalla strage dell’11 settembre siamo stati infatti bersagliati da una propaganda conservatrice capeggiata da Bush da un lato, che ha ripresentato la lotta tra il bene ed il male, accentuando un etnocentrismo che ha ridotto il delicato problema del terrorismo internazionale ad uno scontro di civiltà (cristiana ed islamica); sull’altro fronte le forze progressiste all’opposizione (pensiamo all’Italia) hanno riproposto il pacifismo assoluto, venuto peraltro meno in occasione della guerra in Kosovo del 1998.
Sicuramente Tony Blair ha perso dei consensi scegliendo di appoggiare gli USA, ma non ha rinunciato a canalizzare al meglio il pragmatismo americano attraverso una politica mondiale dell’inclusione inspirata ai principi laburisti, finalizzata soprattutto a non isolare internazionalmente Washington.
In una fase di incertezza mondiale alla quale l’elettorato medio reagisce preferendo governi conservatori, la via esposta da Blair sembra la più ottimale per ridare un futuro slancio ad un laburismo in crisi d’identità, costretta in tema di politica economica interna a piegarsi alle leggi della flessibilità del lavoro, mettendo in discussione quei punti cardini che hanno caratterizzato la sua storia. Nonostante questo, mantenere una prospettiva politica che tenga conto della complessità in cui viviamo, senza rinunciare al raggiungimento degli alti valori dell’umanità, e’ l’unica maniera con la quale un laburismo internazionalmente unito può fare la differenza. Ora bisognerà aspettare che il messaggio di Blair venga accettato dai suoi colleghi europei, in particolare dal nuovo governo Prodi, il quale dovrà tenere unita per cinque anni la sua compagine governativa, e dovrà trovare una soluzione sul ruolo dell’Italia in Iraq, senza che ciò comporti ulteriori spaccature tra la sinistra più radicale.
Anche l’amico australiano Kim Beazley, rimasto sicuramente spiazzato dal discorso del Premier inglese, dovrà dare al suo partito una linea politica chiara che possa presentarsi come alternativa credibile ad Howard, leader indiscusso da dieci anni per mancanza di veri avversari, il quale ha garantito all’Australia una costante crescita economica, come dimostrato dall’ ennesimo attivo di bilancio della nuova legge finanziaria, grazie al quale il ministro del tesoro Peter Costello potrà attuare una riduzione delle imposte; altri indici di una economia fiorente sotto la gestione dei Liberal sono rappresentati dal boom dell’industria mineraria e dal forte incremento della spesa privata. Non potendo che accogliere la riduzione fiscale del governo a favore delle famiglie, i laburisti dovranno attenuare le polemiche anche sulla decisione della Reserve Bank di aumentare il costo del denaro, grazie al quale si potrà beneficiare maggiormente degli sgravi fiscali in termini di valore reale e si potrà controllare il livello di inflazione, anche se ciò comporta maggiori interessi per coloro che hanno chiesto mutui bancari.
Una ulteriore nota dolente per Beazley, ma è un problema a livello internazionale, è rappresentato dalla riforma del mercato del lavoro. Nella nuova legge sulle relazioni industriali varata dal governo Howard, si è ridotto il potere sindacale del lavoratore facilitando la facoltà di licenziamento per il datore di lavoro; tutto ciò avviene però in un contesto –quello australiano- in cui i sindacati hanno sempre minor presa, in quanto nel corso degli ultimi venti anni è aumentato il numero delle persone che scelgono di lavorare in proprio, facilitando così una modalità contrattuale individuale piuttosto che collettiva (tipica questa del lavoro dipendente).
Il laburismo attualmente non ha molta scelta che accettare questo nuovo assetto, non una novità per l’Australia quanto potrebbe diventarlo per l’Europa, dove il livello di sindacalizzazione e’ ancora molto elevato nella contrattazione dei salari.
Se il laburismo mondiale e’ in una fase di stallo, quello latino europeo lo e’ ancora di più, in quanto e’ ancora molto condizionato dalla presenza della tradizione marxista e sindacalista, sia in ambito di alleanze politiche, sia come retaggio culturale del passato; ciò comporta dissensi di coalizione ed ingovernabilità.
Sarà questa la nuova sfida per il futuro del laburismo, che consisterà nello sviluppare, spiegare e dimostrare al proprio elettorato la pars costruens della dinamicità del mercato del lavoro, delle privatizzazioni e della globalizzazione; da un punto di vista più politico una forza laburista laica (questo e’ un forte problema italiano) e non viziata da estremismi ideologici, garantirebbe una maggiore dialettica politica ed un migliore funzionamento del sistema democratico, soprattutto in un periodo in cui i governi neoliberisti limitano le libertà civili in funzione antiterroristica ed allo stesso tempo si deresponsabilizzano di fronte ai cittadini attraverso la privatizzazione degli immobili statali.
La crisi laburista non sembra incentrata sulle idee, quanto sulla modalità attuativa delle stesse. Blair, fra dissensi interni alla sua maggioranza, elezioni amministrative deludenti continua a sostenere la sua terza via per uscire da questo impasse politico-culturale.
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